La spesa sanitaria nella Regione Toscana assorbe, come per il resto dell’Italia, la maggior parte del bilancio regionale.
Conosciamo anche il perché..in Toscana ci sono:
- 12 ASL
- 4 “Aziende “ospedaliero-universitarie”
- 3 ESTAV Enti per i Servizi Tecnico-amministrativi di Area Vasta”), suddivise territorialmente in tre “aree vaste”:
Ogni ASL ha un suo Direttore Generale, un Direttore Amministrativo e un Direttore Sanitario; poi ci sono i Direttori di Dipartimento, di Presidio Ospedaliero e vari Direttori delle Unità Operative professionali e di Unità Funzionale (i vecchi primari).
Ogni ESTAV ha il suo direttore generale e amministrativo ed altri dirigenti.
Poi ci sono le 30 Società della Salute, ognuna con il direttore generale e altre figure dirigenziali.
Il direttore generale di una ASL ha uno stipendio annuale di circa 170.000 euro, i direttori amministrativo, sanitario e di dipartimento circa 134.000; senza contare la produttività (salario aggiuntivo) di questi e dei restanti dirigenti.
E poi ci sono i coordinatori delle 3 Aree Vaste con stipendio simile (se non superiore) ai direttori generali.
Ci sono anche i buchi, anzi le tane; la più grossa è quella della ASL di Massa, con 400 milioni di euro spariti tra Rolex ed escort; Rossi ci ha rassicurato che il buco l’ha coperto:
Come? Con i soldi dei cittadini! La Delibera 753/12 ha aumentato i ticket sanitari: anche chi ha l’esenzione per patologia o per reddito, per esempio, il suo bel CD della radiografia lo paga 10 euro, e se non paga sanzione salata.
Sempre Rossi, in veste di governatore della Toscana (perchè non dimentichiamolo, dalla riforma del titolo V della Costituzione dei primi anni ’90 la sanità è regionale) con delibere successive (L.R. 81/2012 capo III) ha “riorganizzato” la spesa sanitaria prevedendo tagli e riduzioni di posti letto e servizi (in osservanza, dice lui, al Decreto Balduzzi).
Nella legge è prevista una media di 3,5 posti letto ogni 1000 abitanti; la media dell’Area vasta è già più bassa, con punte di eccellenza (si fa per dire) su Livorno, che arriverà anche più sotto (si parla di 2,19 posti letto ogni 1000 abitanti, per lo più vecchi e quindi necessitano dell’assistenza sanitaria come del pane).
La Regione quindi taglia posti letto ma non taglia i carrozzoni mangiasoldi, come ad esempio le Società della Salute, una vera anomalia, in quanto BOCCIATE dalla Corte Costituzionale e quindi incostituzionali.
La Regione ha recepito così bene il parere espresso dalla Corte che nella bozza del nuovo Piano Sanitario Regionale si legge “società della salute” una pagina sì e una sì, praticamente 400 pagine di tagli tutti a carico del cittadino.
Che fanno nella società della Salute?
Questo è un mistero, a parte pagare profumatamente (si parla di 14.000 euro mensili solo per il Direttore, oltre gli altri dirigenti “a cascata”).
La Legge 40/2005 (Disciplina del servizio sanitario regionale), modificata di recente con l’introduzione appunto delle Società della Salute, dispone che la Regione attui il Piano Sanitario Regionale, cioè stabilisce i “livelli essenziali di assistenza” per tutti i servizi sanitari del territorio.
A livello locale, cioè comunale, il Piano Sanitario Regionale si deve tradurre in Piano Attuativo Locale (P.A.L.), lo strumento di programmazione strategica di medio-lungo periodo, attraverso il quale viene rimodulata la struttura dell’offerta sanitaria provinciale.
In sostanza i comuni, cioè il sindaco, deve garantire che gli indirizzi contenuti nella legge siano rispettati e soprattutto deve “vigilare” sull’operato del direttore generale della Asl, anche attraverso la Conferenza dei Sindaci interessati per territorio provinciale.
L’ultimo Piano Sanitario Regionale è del 1999/2001, come pure il PAL; in essi non si parlava di nuovo ospedale, bensì di mantenere e potenziare l’offerta regionale dell’ospedale di Livorno, con servizi di eccellenza quali la chirurgia pediatrica (assente in tutti gli ospedali della costa, Pisa compresa) e di istituire l’”Unità spinale”, a conforto e sostegno dei cittadini con disabilità motorie gravi.
Allo scopo furono dati dalla regione i finanziamenti per la ristrutturazione dei padiglioni del nostro ospedale: il direttore generale Massimo Scura assicurò che entro il 2006 tutti i padiglioni sarebbero stati rimessi a nuovo (ad oggi ne hanno ristrutturati due e mezzo).
Poi venne Fausto Mariotti, che chiese anche un mutuo (e quindi con interessi da pagare) per finire le ristrutturazioni; nel frattempo mescolò un po’ le destinazioni e stabilì che all’ottavo padiglione avrebbe trovato posto il polo materno infantile e l’asilo nido aziendale.
Scura aveva speso 48.000 euro per il progetto, il nido doveva nascere davanti al sesto padiglione; lui ne spese altri 28.000 per spostarlo all’ottavo. La Calamai invece ha fatto di meglio: l’ha tolto definitivamente dal progetto.
Ebbe anche il tempo di proporre (con relativo progetto profumatamente finanziato) un nuovo ospedale dentro quello vecchio: il monoblocco (positivamente salutato dalla Giunta comunale), che avrebbe dovuto trovare posto abbattendo i reparti IV, V e VI.
Nel 2009, dal cilindro delle istituzioni regionali e locali esce un altro coniglio: l’ospedale sarà realizzato ex-novo, ovviamente in un’altra zona.
Fiumi d’inchiostro e di parole in convegni ad hoc per dimostrare l’indimostrabile: l’ospedale è vecchio, è a rischio allagamento e, se viene il terremoto, crolla di sicuro.
Chi ricordava che l’ospedale dal 1931 ad oggi non era mai stato oggetto di simili disastri e che altri ospedali esistono con la stessa età e struttura (vedi Cisanello) fu zittito: in quella zona c’è troppo traffico, mancano i parcheggi, è una costruzione ormai obsoleta e non in linea con il moderno “know how”.
Grande ovazione della ASL6, della giunta comunale (commissione sanità compresa) e dei sindacati confederali (regionali e locali).
Il resto della storia la conosciamo: la beffa del referendum e la pianificazione del suo progressivo svuotamento in servizi e personale sanitario.
Nel 2012 i posti letto dell’Asl 6 erano 918, ora siamo a 774 e sono previste ulteriori riduzioni fino a 614: l’ospedale nuovo conterrà 440 posti letto. Ma alla domanda più importante e cioè “che tipo di assistenza sanitaria sarà garantita con il nuovo ospedale?”
Al momento nessuno ha risposto.
Nel frattempo sono scomparsi i reparti di chirurgia pediatrica e una rianimazione; neurologia, dermatologia, pneumologia, urologia, chirurgia polmonare e vascolare ridotti a pochi letti all’interno di medicina o chirurgia; la medicina di urgenza è nel pronto soccorso e stanno partendo anche la neurochirurgia e i laboratori di analisi, compresa l’anatomia patologica.
Di “ospedale a valenza regionale” non si parla più; si parla invece del modello sanitario “per intensità di cure” per giustificare lo spolpamento dei servizi. In sostanza, in ospedale si cura solo la fase acuta (e se è “troppo acuta” si va in altri ospedali di eccellenza (Cisanello, Massa, Firenze, o anche nelle cliniche private) e poi il malato si segue a domicilio o per mezzo di servizi sul territorio.
Il fatto è che ad oggi sul territorio non c’è ancora niente che somigli ad un percorso sanitario degno di questo nome e l’assistenza domiciliare è erogata col contagocce.
L’intensità di cure al momento ha riunito in pochi posti letto le ex specialistiche e ha attuato la figura dell’infermiere “jolly” che svolazza da un piano all’altro dei reparti “cacciucco” in barba a professionalità ed esperienze pregresse, spesso costretto al salto dei riposi per compensare i posti di lavoro persi.
Della montagna di carte, di progetti e di promesse le uniche realtà sono la chiusura dei reparti ospedalieri, l’aggiudicazione (provvisoria?) dell’ ATI Guerrato e le FUGHE.
Le “fughe” sono le prestazioni sanitarie erogate dalle ASL vicine o dal privato ai cittadini della provincia livornese che non trovando posto nelle liste di attesa fiume si rivolgono in altre strutture.
La ASL6 però deve compensare la differenza economica della prestazione alle ASL vicine o al privato: ad oggi siamo a oltre 98 milioni di euro.
Come sopperisce è ovvio: tagli al personale (siamo a meno 300 lavoratori negli ultimi due anni) e tagli alle prestazioni.
In pratica un gatto che si morde la coda, un giro vizioso senza soluzione di continuità: il cittadino aspetta fiducioso abbagliato dal plastico del nuovo ospedale; nel frattempo però telefona ai CUP extra aziendali e prega quando varca la soglia di Viale Alfieri.
In sostanza, l’ospedale nuovo è un alibi per la riduzione e la disattivazione di servizi al cittadino livornese e soprattutto è il tappeto rosso per l’ingresso del privato, attraverso l’operazione “projet financing”.
Il privato entrerà a gamba tesa e la terrà a mezz’aria per oltre 30 anni, gestendo tutto quello che non è “core business” dell’azienda sanitaria e cioè mensa, parcheggio, negozi, magazzini, sterilizzazione, ecc.
In barba alle elementari norme della concorrenza, con seri dubbi sul mantenimento della qualità dei servizi erogati.
Che fare?
- contrastare le scelte regionali (in primis) e locali sulla scelta dello sperpero di denaro pubblico, anche alla luce delle nuove voragini economiche delle ASL e del mancato finanziamento statale (è il primo anno che lo Stato ha fornito finanziamenti per la sanità alle Regioni, inferiori agli anni precedenti);
- abbandonare definitivamente l’idea di un nuovo contenitore (senza conoscere a tutt’oggi il contenuto in termini di reparti e servizi), che stravolge il territorio e la viabilità, oltre alla sicura penalizzazione che i cittadini subiranno quanto all’offerta sanitaria. La tanto sbandierata “rete territoriale” è solo sulla carta, anzi in buona parte è sempre nella penna dei “cervelloni” che pensano al potenziamento territoriale e nel frattempo riducono il numero degli operatori sanitari di oltre 300 unità in tre anni;
- spingere per l’abolizione degli enti inutili (Estav e Società della salute) per il completamento della ristrutturazione dell’ospedale in essere;
- potenziamento dei servizi anche in termini di personale operante e ritorno alla dimensione sovraregionale con attività di eccellenza – ad esempio la chirurgia pediatrica o l’unità spinale (distanti oltre 100 km) o la camera iperbarica);
- potenziamento della rete territoriale con attività socio-sanitarie con particolare attenzione al cittadino anziano e con disabilità.
In questo modo si potrebbero ridurre notevolmente le “fughe” verso altre aziende sanitarie pubbliche o private e tenere in una maggiore considerazione i bisogni dei cittadini.
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